Memorie



Ricordo di Fabio Grassi Orsini
(1936 - 2018)

di Bernardino Osio

 

Ci eravamo conosciuti il primo giorno delle prove scritte del Concorso per la carriera diplomatico-consolare. Eravamo circa 350 concorrenti per dieci posti; i banchi, ben distanziati, erano stati sistemati nella grande sala delle Conferenze Internazionali nel nuovo palazzo della Farnesina, per altro ancora non ultimato. Era quella la prima prova, in Storia Diplomatica, la prova allora considerata la più difficile, la principale del Concorso. Con Fabio Grassi non ci eravamo mai incontrati prima, si può anzi dire che ignoravamo, reciprocamente, l’esistenza l’uno dell’altro.
Ci avevano sistemati in banchi quasi vicini, ma solamente alla fine della laboriosa giornata ci conoscemmo e ritornammo a casa assieme: Fabio mi offrì gentilmente un passaggio sulla sua auto; ricordo che era una Fiat 500 giardinetta, nuova ma già abbastanza ammaccata dall’autista ancora principiante. Scoprì così che abitavamo vicini, nel quartiere Salario: Fabio in via Basento ospite di una nonna ed io in via Savoia, ospite di una zia paterna.
Ebbe così inizio una calda amicizia: superati gli esami scritti e orali, entrati tutti e due in “Carriera”, iniziammo a lavorare alla Farnesina il 30 agosto 1960. Era quello un momento felice per Roma, forse l’ultimo degno momento di vita culturale, sportiva e mondana della Capitale, non ancora travolta da cattivi governi municipali, ancora abbastanza ordinata e non ancora paralizzata dal traffico. Si erano appena inaugurate le Olimpiadi, si stava celebrando il Concilio Vaticano II, regnava Giovanni XXIII: Roma si sentiva nuovamente al centro del mondo.
Ogni mattina, Fabio passava con la sua vettura a prelevarmi in via Savoia per andare assieme al Ministero degli Esteri: commentavamo le prime esperienze di lavoro, i primi episodi di vita ministeriale, la conoscenza di curiosi personaggi e anche l’incontro con colleghi anziani che incutevano rispetto per la loro preparazione, per la loro storia durante l’epoca burrascosa della guerra e del dopo guerra, per le loro qualità intellettuali e morali.
E naturalmente ci creammo un gruppo di amici, colleghi ma anche giovani appartenenti per lo più a famiglie friulane o napoletane e, con qualche eccezione, anche romane. Si organizzavano frequentemente gite fuori porta alla domenica per esplorare i dintorni e la campagna romana, allora ancora intatta e non profanata da speculazioni edilizie, da sindaci scriteriati, da eccessivo sviluppo industriale.
A me, milanese puro sangue, Fabio andava rivelando il mondo meridionale, così ricco di stimoli intellettuali, così riflessivo e più profondo del nostro mondo lombardo più veloce, forse più concreto, ma tanto meno stimolante. Era un poco come l’incontro fra i venti del Nord con il voluttuoso scirocco.
Fabio volle farmi conoscere la sua Puglia natale, soprattutto il Salento e Lecce. Fu così che, durante un lungo fine settimana, Fabio mi invitò a casa sua: andammo in comodo treno notturno a Lecce e da lì a Mater Domini ove la famiglia di Fabio possedeva terre e masserie. Conobbi così il padre di Fabio, gentiluomo di antica lealtà, affezionato alla sua storia familiare così consustanziata con la storia della politica liberale e giolittiana della fine Ottocento. Conobbi pure il palazzo di famiglia a Lecce e Fabio non mancò di portarmi anche a visitare la costa del Salento: ricordo Gallipoli, Presicce e un bagno felice alla grotta della Zinzolusa. Era una provincia intatta, senza la piaga del turismo, come congelata nel tempo, abitata solo da famiglie amiche e tradizionalmente legate, da generazioni, alla coltivazione della terra, ma, nello stesso tempo, ricche di interessi culturali e politici. Fu un fine settimana incantevole che ancora ricordo con nostalgia e gratitudine per Fabio che, con tanta passione, mi illustrò il suo mondo, cui per altro resterà legato per tutta la vita, sia vivendolo che studiandone la storia.
Fabio era fidanzato con Fernanda d’Ayala Valva, una simpatica e gentile ragazza napoletana, anche lei con qualche radice pugliese (i suoi genitori avevano una antica casa a Matino sulla costa salentina). Fernanda, di antica famiglia con sangue spagnolo come tante dell’aristocrazia napoletana, era la perfetta futura sposa per un diplomatico, secondo quanto esigeva quell’epoca, ancora molto legata a tradizioni che volevano le consorti dei diplomatici devote, e nello stesso tempo costanti collaboratrici in un lavoro spesso delicato in cui esse, pur sempre in posizione subordinata, potevano svolgere un ruolo, a volte determinante, per il successo di una missione diplomatica.
Nel frattempo Fabio, alla Farnesina, venne destinato alla direzione degli affari politici, all’ufficio che si occupava dell’Africa Nera, di quei Paesi, per lo più francofoni, che stavano giungendo all’ indipendenza dal regime coloniale francese: erano nuovi Stati pieni di speranze e l’Italia guardava ad essi con simpatia e autentico spirito di collaborazione. Il capo dell’ufficio competente per quell’area geografica era il consigliere d’ambasciata Renzo Romanelli, personaggio complesso, dal carattere toscano, difficile ed estroso e già designato come futuro ambasciatore d’Italia in Costa d’Avorio. Fabio, nonostante che molti colleghi più anziani lo mettessero sul chi vive, se ne infatuò come spesso capita ai giovanissimi verso i futuri capi: forse lo conobbe solamente nelle sue vesti di capoufficio, semplice ingranaggio della grande macchina ministeriale e non come Capo Missione in un piccolo Paese, con il quale convivere, giorno per giorno, ora per ora in un ambiente estremamente ridotto e fisicamente difficile. Fu così che Fabio chiese e ottenne di andare come secondo segretario all’Ambasciata d’Italia ad Abidjan in Costa d’Avorio, nei tropici più tristi e disagiati che si possano immaginare.
Prima di partire Fabio, convolò a nozze con Fernanda. Il matrimonio fu benedetto dallo zio della sposa, il cardinale Mario Nasalli Rocca. Noi, suoi giovani amici, in tight regolamentare, facemmo scorta agli sposi come “garçons d’honneur” e, poche settimane dopo, li accompagnammo all’aeroporto.
Ma non fu per Fabio, quella africana, un’esperienza felice e ben presto si pentì della scelta fatta. Conservo una decina di lettere che mi scriveva da Abidjan dalle quali trapelano la disillusione, il senso di solitudine in un paese ancora molto sottosviluppato, le difficoltà di relazione con il Capo Missione, i cui difetti sotto il sole dei tropici si rivelarono in tutto il loro “splendore”.  Per la verità, su questo punto, Fabio, con la sua consueta signorilità, non scrisse una parola, ma le notizie, nonostante la lontananza viaggiavano rapidamente e gli echi di dissapori arrivavano anche alla Farnesina.
Rileggendo quelle lettere confesso che mi sono molto commosso e per tanti motivi: per l’affetto che Fabio dimostra per me e mi chiedo se, da parte mia, fui così generoso nel corrispondergli; per il senso di una solitudine che chiede di essere consolata e alleggerita con un’amicizia sempre più stretta e sincera; per il timore di essere dimenticato dagli amici, dai colleghi con cui più aveva legato.
Così mi scriveva nel settembre 1962: “Non puoi credere come tu e Livio (Muzzi Falconi) mi manchiate, ma specialmente mi mancano le chiacchere in automobile che si facevano ogni mattina per andare al Ministero…” e chiedeva libri e riviste colte da leggere per far passare il tempo che laggiù doveva sembragli non trascorrere mai…
E ancora, sempre nello stesso settembre, Fabio scriveva: “Ho ricevuto la tua cartolina da Soriano al Cimino e ti confesso che penso con tanta nostalgia alle nostre gite domenicali. Perché non ci vieni a trovare? Tra qualche mese avremo una “casa nuova” con una camera per gli ospiti”.  E nell’ottobre successivo Fabio scriveva:” Non so se ti ho detto che abbiamo un erede in viaggio! Siamo ancora accampati alla meglio alle prese con mille piccoli problemi pratici. Comincio a pensare che un tranquillo vice consolato sulla Costa Azzurra… pazienza!”. Purtroppo il sogno di un erede sfumò: così Fabio scriveva l’11 dicembre 1962:” Penso che tu mi troverai un egoista fannullone a non averti scritto da così lungo tempo. Ma non puoi credere quanti guai abbiamo passato. Per ultimo Fernanda ha subito un intervento operatorio e abbiamo perduto il bambino. È stata una storia triste ed a me non è restato che “rimontare” il morale di Fernanda. Adesso sono solo ad occuparmi di tutte le rogne amministrative dell’ambasciata. Ciò mi occupa e mi distrae…Natale mi sembrerà ancora più triste, lontano dalla famiglia e dagli amici. Credo che andremo nella “brousse” a trovare un santo missionario. Ti sembrerà strano dato il mio “laicismo” ma in questo ambiente di sfruttatori, ladri e strozzini di cui è popolato questo angolo di colonia il padre Finotti è una delle poche persone pulite”.
Da parte mia presto venni destinato, come prima sede, al posto di vice console a Basilea in Svizzera in un quadro di vita consolare altamente disorganizzato (150.000 italiani e tutti di recentissima immigrazione), tale da farmi invidiare l’Africa Nera di Fabio. Il quale, per sua fortuna, lasciò nel 1963 Abidjan e venne destinato quale console a Neuchâtel, a pochi chilometri da Basilea. Fu per entrambi un felice ritrovarsi e, per Fabio, Basilea fu ben presto una meta per visitare amici ed anche vecchi amici dei suoi genitori come Antonio e Maria d’Aroma, già Segretario del Presidente della Repubblica e ora Segretario Generale della Banca dei Regolamenti Internazionali. Con Fabio e Fernanda, alla domenica, spesso ci ritrovavamo per qualche pic-nic in campagna o per visitare delle belle cittadine svizzere come ad esempio Soletta e i dintorni di Neuchâtel: si univano a noi amici, per combinazione tutti con radici pugliesi, come Margherita Lombardo di Cumia, napoletana con terre a Putignano, il diplomatico Giovanni Andreani, consigliere a Berna, con radici a Oria nel Salento e la consorte Flaminia Borghese. Avevamo come ricostruito un pezzetto d’Italia nel quale affogare le nostre nostalgie: eravamo giovani, ma feriti dall’ambiente svizzero di quegli anni, duro, diffidente, ostile e poco propizio all’immigrazione italiana, tollerata solamente perché necessaria.
A Neuchâtel la vita di Fabio e Fernanda significò per loro come una parentesi di serenità: il lavoro consolare gli piaceva; venivano spesso a Basilea (che nel frattempo era diventato un consolato modello grazie al nuovo, geniale console generale Luigi Martelli) per ammirare e apprendere le novità organizzative che si introducevano a favore dei nostri emigrati.
I coniugi Grassi Orsini vivevano in una graziosa villetta con giardino: avevano la casa piena di sculture africane acquistate ad Abidjan: sculture di idoli, di antenati, di stregoni. Ridendo, ma non troppo, dicevo a Fabio: “portali sul Monte Pilato, luogo magico, e da lì buttali nel lago dei Quattro Cantoni, perché portano sfortuna; sono come gravidi d’incantesimi diabolici”. Fabio rideva e negava che portassero jella ed io non ebbi il coraggio di dirgli che a lui certamente non avevano dato la buona sorte.
Nell’aprile 1965 lasciai Basilea destinato a Buenos Aires. Poco dopo anche Fabio partì per mete lontane: l’Australia. I nostri rapporti e le occasioni di incontro si diradarono ma l’amicizia, per quanto segnata dalla distanza, rimase intatta.
Passarono gli anni, dopo Buenos Aires ritornai a Roma all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede e poi, nel 1975 commisi il grave errore di tornare a Buenos Aires, questa volta in un periodo difficilissimo di crisi e di guerra civile in Argentina: come nei primi tempi a Basilea, anche a Buenos Aires mi toccò un’ambasciata disastrata con un Capo Missione inadeguato per ragioni di salute, e proprio in anni di sangue e fuoco. Fabio, in quell’epoca, si trovava alla Farnesina, alla direzione degli Affari Culturali ed aveva preso un orientamento politico lontano dal suo tradizionale liberalismo ma comune in quegli anni fra i giovani del Ministero degli Esteri che vedevano, nel socialismo, e ancora di più nell’estrema sinistra, un’alternativa al sodalizio politico tra Democrazia Cristiana e Socialismo che si perpetuava in Italia, a loro giudizio, da troppo tempo: era il fatale Sessantotto che, abbandonato il mondo studentesco, cercava di penetrare anche nel mondo politico più tradizionale quale era allora la Farnesina.
Ebbi, purtroppo, nel 1976 non dico uno screzio con Fabio ma una forte diversità di vedute. La Direzione degli Affari Culturali era contraria ad una presenza culturale attiva italiana in Argentina, giacché occorreva “punire” il governo militare argentino, reo di inaudite violenze e violazioni dei diritti umani.  Io, invece, da Buenos Aires sostenevo che una nostra presenza culturale potesse servire al gregge colto argentino a non farsi sentire abbandonato alla sua triste sorte di torture, carceri, sparizioni: avevo per l’appunto in mente l’appello rivoltomi, pochi giorni dopo il “golpe” militare, da Maria Rosa Oliver, scrittrice e donna politica fra le più importanti d’Argentina nonché “Premio Lenin per la Pace”, certamente ben lungi dal sostenere i militari. Con il senno di poi e considerato quanto accadde in Argentina tra il 1976 e il 1980 penso che Fabio avesse ragione.
Passarono gli anni: io ero quasi sempre all’estero, Fabio, invece, aveva lasciato nel 1978 la Carriera per darsi all’insegnamento e alla ricerca storica nelle università di Bari e di Siena. Ci ritrovammo un paio di volte, nel corso di qualche mio rapido soggiorno romano, a pranzo dal professor Renzo De Felice che ci onorava della sua amicizia. Ma in quelle serate non riuscimmo, fra molti ospiti, a riannodare la nostra vecchia amicizia che per fortuna era solamente come assopita.
Finalmente, nel 2009, tornato definitivamente a Roma, scrivo e invio a Fabio un mio libro di reminiscenze sugli anni trascorsi in Ecuador. Si trattava del libro “Ande e monasteri: tre anni in Ecuador” scritto in un momento di acuta nostalgia per un periodo di mia felicità quasi perfetta.
Fabio, non appena ricevuto il libro, mi rispose con uno scritto, che ancora mi commuove per la bontà, generosità e nobiltà d’animo che quella lettera, una volta di più, pienamente rivelava:
Scriveva Fabio:
“Mio caro Bernardino, la tua lettera mi ha commosso. Anch’io sono andato con il ricordo al 1960! Avevo fatto il concorso per delusione della politica e pensavo di servire la Patria secondo la tradizione di una diplomazia che aveva fatto l’Italia. Non mi sarei sbagliato se la carriera fosse rimasta quella che era ancora nel 1960. La diplomazia rimane comunque un bel mestiere se la viviamo come una missione… Ho letto d’un fiato i tuoi “Tre anni in Ecuador”, in una giornata triste per la morte della nostra gattina! Vedo che tra le tue qualità vi è anche l’amore per gli animali che ci accomuna… Sei riuscito a fissare l’immagine di un paese incontaminato che la povertà aveva preservato, come era l’Italia degli anni ’60, divenuta oramai ricca ma miserabile ed in effetti la distruzione del paesaggio – avvenuta sotto i nostri occhi – è l’espressione del degrado morale. Credo che al fondo del tuo discorso vi sia l’affermazione che la bellezza e l’etica coincidono… Al di là di tutte le differenze che hanno caratterizzato le nostre “storie” su questo vi è una comune visione. Anch’io ho molto desiderio di vederti… Tuo Fabio”.
E qui mi fermo, pieno di rimpianto per l’amico carissimo troppo presto perduto.

Novembre 2020